C’è un punto, sulle alture di Sant’Antonio Abate, in cui il paesaggio sembra aprirsi come un ventaglio. Da lì, lo sguardo scivola verso il golfo di Napoli a Ovest, risale la linea severa del Vesuvio a Nord, si distende sull’Agro nocerino-sarnese a Est e infine si adagia sul profilo dei Monti Lattari a Sud. È qui, in località Monte de’ Monaci, che da quasi un millennio resiste un piccolo fortilizio medievale: una presenza discreta, ma ostinata, che ha attraversato epoche e funzioni senza mai perdere il suo ruolo di sentinella.
Oggi, dopo anni di abbandono, il complesso vive una nuova stagione. I lavori di restauro, avviati dall’attuale proprietario e diretti dallo Studio Mascolo con la ditta C.&D. Costruzioni srl, stanno entrando nella loro fase finale. Se tutto procederà come previsto, il cantiere potrebbe chiudersi entro dicembre 2026, restituendo al territorio un frammento prezioso della sua memoria.
La destinazione futura sarà a carattere ricettivo, anche se non è ancora stata definita nel dettaglio: si valuta la possibilità di un ristorante, di un agriturismo oppure di una struttura per eventi e ricevimenti nuziali. Quel che è certo è la volontà di restituire il fortilizio alla collettività, con una funzione compatibile con la sua identità storica e paesaggistica.
Un avamposto del Ducato di Amalfi
Le fonti collocano la nascita del fortilizio intorno all’XI secolo, quando queste colline rientravano nel Ducato di Amalfi. Era un avamposto difensivo, parte di una rete che comprendeva il castello di Lettere, quello di Pimonte in località Pino e il castello di Gragnano in località Castello. Insieme, queste strutture vigilavano sui valichi che dal versante Nord dei Lattari conducevano al cuore del ducato, segnalando pericoli e movimenti sospetti.
Il fortilizio, allora, non era solo un edificio: era un punto di ascolto del territorio, un nodo in una trama di torri e presidi che comunicavano tra loro attraverso segnali di fumo, fuochi e messaggi rapidi.
Dalla strategia alla spiritualità
Con il passaggio al periodo longobardo, il complesso entrò nel Feudo di Cancelleria. Poi, in epoca angioina, fu oggetto di opere di bonifica e divenne proprietà del signore di Capri, Giacomo Arcuccio. Fu lui a concederlo ai Padri Certosini, che lo trasformarono in convalescenziario per i monaci della Certosa di San Giacomo di Pizzauto di Angri. È a loro che si deve il nome Monte de’ Monaci, ancora oggi vivo nella toponomastica.
La spiritualità certosina lasciò tracce materiali e immateriali: una cisterna con pozzo, probabilmente risalente a quel periodo, e un rapporto con la terra circostante che non si è mai interrotto. Intorno al fortilizio, infatti, continuano a sopravvivere coltivazioni di frutta e ortaggi, come se il luogo avesse conservato la sua vocazione agricola anche dopo la fine della vita monastica.
Crolli, trasformazioni e ferite ancora visibili
Nel 1807, con la legge napoleonica che aboliva ordini e corporazioni religiose, il complesso passò ai privati e assunse le caratteristiche delle masserie vesuviane. Le sue pietre raccontano ancora oggi questa metamorfosi: gli archi dell’antico porticato tamponati per ricavare nuovi ambienti, le divisioni interne che separavano stalle, cantine e proprietà, le torri circolari adattate a magazzini, ricoveri per animali o servizi.
Una delle torri, sopraelevata nel tempo, crollò parzialmente negli anni ’90; un’altra conserva ancora una scala in pietra vulcanica, sorprendentemente integra. Il terremoto del 1980 lasciò un’altra ferita: il crollo del porticato Sud-Ovest, di cui restano tracce leggibili come cicatrici.
Un bene riconosciuto e protetto
Negli ultimi anni, la Soprintendenza per i beni architettonici di Napoli ha riconosciuto il valore storico ed etno-antropologico del complesso, dichiarandolo bene di particolare interesse ai sensi del D.Lgs. 42/2004. Un riconoscimento che ha aperto la strada al progetto di restauro oggi in corso.
Il cantiere che restituisce voce alle pietre
Il restauro non è solo un intervento tecnico: è un dialogo con le stratificazioni del tempo. Ogni muro, ogni apertura tamponata, ogni feritoia trasformata in finestra racconta una scelta, una necessità, un’epoca. Il lavoro degli architetti e delle maestranze è quello di restituire coerenza senza cancellare la complessità, di consolidare senza tradire.
Ora che il cantiere si avvicina alla conclusione, il fortilizio sembra respirare di nuovo. Le sue pietre, liberate dalle erbacce e dalle macerie, tornano a dialogare con il paesaggio che per secoli hanno sorvegliato. E, mentre si prepara a una nuova funzione ricettiva, Monte de’ Monaci si candida a diventare non solo un luogo da visitare, ma uno spazio da vivere.
Fonti:
D. Camardo – M. Notomista, Alle origini di Lettere, La Cattedrale ed il Borgo Medievale nell’area del Castello, Castellammare di Stabia 2008;
D. Camardo – P. Marzullo – M. Notomista, Il Castello di Lettere. La rocca il villaggio la cattedrale, Castellammare di Stabia 2020;
G. Sorrentino – F. Gargiulo, Il tracciato adrianeo del 121 d. C. da Nuceria a Stabias nel territorio di Sant’Antonio Abate epitome storico-archeologica, Gioiosa Jonica 2023;
G. Sorrentino – E. C. Marino, Sant’Antonio Abate e il suo territorio, Materdomini 1985;
G. Sorrentino – E. C. Marino, La Certosa di San Giacomo di Pizzauto e il Feudo di Cancelleria, rapporti con Gragnano – Lettere – Angri – Scafati, Materdomini 1990;
G. Sorrentino – E. C. Marino, Sant’Antonio Abate comune autonomo, 1999;
Arch. M. Mascolo- Ing.L. Mascolo, Relazione Paesaggistica 2014-Progetto di restauro approvato dalla Sopraintendenza.
Foto: Fioravante Gargiulo















