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Le tammurriate in Campania

A cura di Francesca Andreoli

Nel cuore della Campania, tra vicoli, santuari e piazze gremite, esiste un linguaggio antico che non ha bisogno di parole: è quello dei corpi che danzano, dei tamburi che battono e di una comunità che, da secoli, si riconosce nel ritmo delle proprie tradizioni. Qui, la cultura popolare non è folklore da osservare a distanza, ma esperienza viva, partecipata, capace di unire generazioni diverse sotto lo stesso suono. È nelle feste di paese, nei cortei improvvisati, negli sguardi complici tra i danzatori che si conserva un patrimonio immateriale
potente, fatto di memoria e appartenenza. Tra le espressioni più intense di questa identità ci sono la tammurriata e la tarantella, danze che raccontano storie lontane eppure ancora attuali. La tarantella di Montemarano, ad esempio, trasforma ogni anno il Carnevale in un’esplosione di energia collettiva: le strade si riempiono di musica, i passi si intrecciano in movimenti rapidi e ripetitivi, mentre gruppi organizzati sfilano guidati dal carismatico caporaballo, figura simbolica che regola il flusso della danza e della festa.
Le origini di queste tradizioni si perdono tra storia e leggenda. C’è chi parla di influenze straniere, chi di riti pagani legati ai cicli naturali. Di certo, ciò che è arrivato fino a oggi è un linguaggio rituale che ha attraversato secoli, adattandosi senza mai perdere la sua essenza.
La tammurriata, in particolare, rappresenta uno degli esempi più autentici di questa continuità.
Diffusa in un’area ampia che abbraccia il Casertano, il Vesuviano, l’Agro Nocerino e la Costiera Amalfitana, prende il nome dalla tammorra, il grande tamburo che scandisce un ritmo ipnotico e coinvolgente.
Ma la tammurriata non è solo danza: è racconto simbolico. I movimenti richiamano gesti quotidiani — lavorare la terra, preparare il cibo — oppure imitano il comportamento degli animali, evocando un legame profondo tra uomo e natura. È una forma di espressione che affonda le radici nei riti antichi dedicati alla fertilità e alla Madre Terra, trasformati nel tempo in celebrazioni religiose popolari.
Ed è proprio in questo intreccio tra sacro e profano che si inserisce il culto delle sette Madonne campane, figure profondamente radicate nella devozione locale. Ognuna legata a un territorio, a una storia, a una comunità: dalla Madonna dell’Arco alla Madonna delle Galline, dalla Madonna dell’Avvocata fino a Montevergine.
Intorno a queste figure si sviluppano feste che non sono semplici ricorrenze, ma veri e propri riti collettivi. Tra queste, quella della Madonna delle Galline a Pagani è tra le più suggestive: un evento che, anche quest’anno, ha appena attraversato le giornate successive alla Pasqua, lasciando ancora nell’aria l’eco dei tamburi e dei canti.
Per giorni, la città si trasforma. Le case si aprono, le strade diventano palcoscenico, i fedeli e i visitatori si mescolano in un flusso continuo di musica e devozione. La tammurriata accompagna ogni momento, crescendo fino al suo culmine e proseguendo senza sosta, come un battito
collettivo che unisce tutti i presenti.
Il momento più intenso arriva all’alba del lunedì, quando i tammorrari, in corteo, si dirigono versoil santuario. Qui, in un silenzio carico di emozione, depongono gli strumenti ai piedi della Vergine, compiendo un gesto antico di ringraziamento e rispetto. Poi, senza voltarsi, si allontanano lentamente, intonando canti che sembrano appartenere a un tempo sospeso.
È in questi attimi che si comprende davvero il senso di queste tradizioni: non spettacolo, ma identità; non nostalgia, ma continuità.
E mentre la festa si dissolve e la quotidianità riprende il suo corso, resta qualcosa di invisibile ma potente: la consapevolezza che, in queste terre, il passato non è mai davvero passato, ma continua a vivere nel ritmo instancabile di un tamburo.

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