A cura di Federica Gallotta
La riforma dei tecnici è l’ennesimo mattoncino che il governo di turno ha apposto al muro dello smantellamento della scuola pubblica statale italiana. In verità, questo processo è in atto già da decenni ormai: ha avuto inizio con l’introduzione dell’autonomia scolastica (legge Bassanini, 1997) e continua senza fermarsi, a prescindere dal colore politico della maggioranza al governo. In questi anni, in maniera lenta costante e subdola, e contrariamente a quanto viene proclamato, la scuola italiana si è trasformata da luogo di formazione del cittadino, in cui assimilare le conoscenze funzionali all’interpretazione critica della realtà, a luogo di apprendimento delle competenze funzionali all’economia di mercato. La riforma dei tecnici è l’ultima delle tante modifiche finalizzate a questa trasformazione.
Tutto ha avuto inizio nel 2021, quando è entrato in vigore il PNRR, con lo scopo di salvare l’Italia dal disastro causato dalla pandemia Covid-19. L’obiettivo generale è quello di modernizzare il Paese, riparando i danni economici causati dalla pandemia e rendendo la penisola italiana più competitiva. Così anche gli istituti tecnici e professionali vanno incontro alla stessa sorte: “la riforma […] mira ad allineare i curricula” di tali istituti “alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese. In particolar modo, orienta il modello di istruzione tecnica e professionale verso l’innovazione introdotta da Industria 4.0, incardinandolo altresì nel rinnovato contesto dell’innovazione digitale. La riforma coinvolge 4.324 Istituti Tecnici e professionali, il sistema di istruzione formazione professionale e sarà implementata attraverso l’adozione di apposite norme”. Così recita il Piano.
Da questo momento in poi, la riforma, passando dalle mani del governo Draghi a quelle del governo Meloni, acquisisce varie forme giuridiche, per sfociare nel DM 29 del 2026, in maniera abbastanza confusionaria. Ciò ha comportato che gli alunni in uscita dalla scuola secondaria di primo grado (ex scuola media), intenzionati a iscriversi agli istituti tecnici o professionali, abbiano effettuato la propria scelta basandosi su quadri orari e curricoli non più attuali. A causa della lentezza organizzativa del Ministero dell’Istruzione e del Merito, infatti, le scuole sono state costrette a promuovere, durante gli open day, l’offerta formativa precedente alla riforma. Il risultato è paradossale: i nuovi iscritti si troveranno ad affrontare percorsi didattici profondamente diversi da quelli che erano stati loro presentati e promessi in fase di orientamento.
Oltre alla mancanza di chiarezza, i futuri studenti andranno incontro ad una “aziendalizzazione” del percorso scolastico, la quale andrà ad inficiare la loro formazione in quanto cittadini dotati di spirito critico. Difatti, sebbene venga dichiarato che la “ridefinizione dei profili e dei relativi quadri orari” verrà effettuata “al fine di rafforzare le competenze linguistiche, storiche, matematiche e scientifiche”, in realtà il nuovo assetto scolastico prevede una riduzione delle ore dell’ambito generale, in particolare:
- Italiano: perde un’ora in quinta e cambia nome in “Lingua Italiana”, eliminando la dicitura “Letteratura” dall’orizzonte culturale;
- Scienze Sperimentali: fonde Fisica, Chimica, Biologia e Scienze della Terra, perdendo 231 ore;
- Geografia: verrà tagliata del 40%.
Tra tutte, la geografia emerge quale disciplina più bistrattata (come accade da anni). E questo non solo a discapito dei docenti che la insegnano, ma soprattutto degli studenti.
Già nel 2023 il docente Riccardo Morri (presidente dell’AIIG), a nome di tutti i docenti di geografia, spinto da un bisogno deontologico, denunciava un gravissimo analfabetismo geografico nel 90% dei neoiscritti alle università italiane. Questo dato è gravissimo: la geografia, insieme a discipline come l’italiano e le scienze, sono fondamentali per interpretare la realtà in maniera critica, soprattutto in un contesto geopolitico quale è quello che stiamo vivendo.
Ritornando ai nostri calcoli, questa diminuzione dell’area generale avviene tutta a favore dell’aumento sia delle ore che la scuola (ovvero i dirigenti) può scegliere di assegnare in maniera completamente autonoma, che delle ore dedicate alle attività laboratoriali e pratiche.
La trasformazione degli istituti tecnici e professionali in qualcosa di più vicino a dei percorsi di avviamento al lavoro ha interrotto anche la quiete di molti dei docenti che insegnano le discipline andate incontro ad una riduzione del monte ore.
Inizialmente uno dei principali rischi concreti per i docenti le cui discipline sono state maltrattate è stato quello di diventare soprannumerari e, quindi, di essere costretti a trasferimenti forzati lontano dalle proprie sedi. Inoltre, diventava reale il rischio che la libertà data ai dirigenti per gestire le ore jolly (quelle legate all’autonomia) si trasformasse in un potere senza controllo, rendendo i docenti ricattabili e costringendo i colleghi a lottare tra loro per ottenere le ore residue e non perdere il posto.
Data la situazione, la maggior parte dei sindacati ha fatto sentire la propria voce. La risposta del Ministero è arrivata il 19 marzo con la Circolare Ministeriale 1397 e il dialogo tra le parti ancora continua, nella speranza di ottimizzare la riforma entro l’anno scolastico 2026/2027.
Finora i risultati raggiunti sono stati:
- il vincolo da parte dei dirigenti di utilizzare parte delle ore dedicate all’autonomia al fine di ripristinare le ore di insegnamento toccate dalla riforma;
- l’apertura del Ministero a prevedere la formazione di cattedre interne anche con orario inferiore alle diciotto ore.
Questi obiettivi concorrono alla salvaguardia della titolarità dei docenti e della continuità didattica; tuttavia, i punti di criticità risultano ancora molti.
Non resta altro da fare che attendere e sperare in ulteriori modifiche volte a migliorare la situazione presente.
Fonti:
https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2022;144~art26
